Ersilia Menesini,
Elena Codecasa
Dipartimento
di Psicologia dellUniversita di Firenze
La parola "bullismo" (derivata dal termine inglese "bullying") sta purtroppo divenendo sempre piu familiare anche ai non addetti ai lavori dal momento che, con crescente frequenza, quotidiani e notiziari riportano la cronaca di atti di prepotenza grave, talvolta persino efferata, compiuti da minorenni nei confronti dei loro coetanei. Tali episodi avvengono soprattutto a scuola, ove i nostri ragazzi trascorrono gran parte del loro tempo ed e ovvio che la reazione piu normale sia quella di sconcerto, di fronte a simili dimostrazioni di violenza in soggetti cosi giovani, che una certa iconografia e, perche no, la nostra stessa immaginazione, vorrebbero puri ed innocenti, incapaci di compiere il male.
Eppure gli studi compiuti sul fenomeno del bullismo, dai lavori di Olweus (1993) in poi, ci dicono che il problema esiste in tutti i Paesi ove e stato indagato, seppur con diversi indici di gravita e differenti espressioni e lItalia non fa eccezione, anzi! La percentuale di prepotenze, sia subite che agite, e risultata essere piu consistente da noi che altrove (Fonzi, 1997).
Il bullismo designa un tipo di interazione tra due o piu individui, caratterizzata da uno squilibrio delle forze in gioco sia sul piano strettamente fisico che su quello psicologico.
Uno dei protagonisti dellinterazione (il bullo) si trova nelle condizioni di prevaricare laltro, in modo intenzionale, persistente e strumentale (ossia finalizzato al raggiungimento di un qualche scopo, di tipo materiale o legato al bisogno di esercitare il potere). La prevaricazione puo avvenire a diversi livelli, attraverso prese in giro, ricatti, minacce, botte o persino estorsioni.
Laltro protagonista dellinterazione (la vittima) spesso vive una condizione di isolamento, e debole ed incapace di reagire.
Il bullo non e mai solo quando agisce: numerosi studi a carattere osservativo (Pepler e Craig,1995; Salmivalli et al. , 1996) hanno dimostrato che piu dell80% degli episodi di bullismo avviene in classe, oppure a mensa, o durante la ricreazione, nei corridoi o in cortile: il bullo agisce, per cosi dire alla "luce del giorno", sotto gli occhi degli altri ragazzi, la maggior parte dei quali fa finta di non vedere, mentre un buon numero sceglie di partecipare come spettatore incitando il bullo, qualche volta persino aiutandolo materialmente a danneggiare il compagno "designato". Pochi prendono spontaneamente le difese della vittima, sia per timore delle ritorsioni del bullo, sia perche la vittima e spesso molto impopolare ed i compagni finiscono col ritenere che, in fondo, si "meriti" il trattamento che le viene riservato. Alcuni semplicemente pensano che, "...se proprio deve esserci quello che subisce, beh... per fortuna non e toccato a me!" e, felici di non avere guai col prepotente della classe, si guardano bene dallimmischiarsi in fatti che "...non li riguardano".
Qualunque sia il motivo che spinge i ragazzi a non intervenire, il bullo ha lopportunita di agire indisturbato, potendo contare su un buon numero di "ammiratori" nei confronti dei quali esercita una leadership negativa, che soddisfa il suo bisogno di primeggiare e gli consente di ottenere anche dei vantaggi materiali.
Fin qui abbiamo descritto "le cose come stanno", ovvero come si presentano di solito se non si fa niente per arginare le prepotenze; tuttavia intervenire e possibile, addirittura provando a percorrere strade diverse.
Unopportunita molto sperimentata in Nord America, e quella di agire direttamente sui soggetti designati come bulli e come vittime, i cui comportamenti disadattivi sono considerati il frutto di specifici deficit socio-cognitivi ed emotivi che si ritiene possano essere "corretti" attraverso training di addestramento alle abilita sociali. In realta questo tipo di soluzione, focalizzata a livello di singoli individui, non sempre ha dato luogo a risultati soddisfacenti.
Unaltra possibilita e quella di mettere a punto un progetto antibullismo che riguardi il sistema scuola nel suo complesso, attraverso programmi molto articolati che coinvolgono insegnanti, personale non docente, genitori e tutti gli alunni, non solo quelli designati come bulli e come vittime. Lobiettivo, oltre a quello di arrestare subito le prepotenze, e quello di cambiare la politica scolastica ed il clima culturale complessivo, onde scoraggiare sul nascere lemissione del comportamento prepotente.
Programmi simili sono stati attuati con discreto successo in Scandinavia (D. Olweus, 1993), in Inghilterra (S. Sharp e P.K. Smith, 1994) ed in Australia (K. Rigby, 1996). Per una rassegna completa di questi contributi si veda il volume "Bullismo: Che fare?" di Menesini (2000).
Ce infine unaltra soluzione, finora poco sperimentata ma molto stimolante, che si basa sulla possibilita di utilizzare i pari come "agenti di cambiamento", facendo leva su quelle che sono le naturali attitudini prosociali dei ragazzi, la loro capacita di provare empatia e di mettersi nei panni di un compagno meno fortunato di loro. Numerosi studi (Cowie e Sharp, 1996), hanno dimostrato che i ragazzi possono essere un aiuto molto valido per coetanei in difficolta e questo aiuto puo essere addirittura equiparabile a quello che puo fornire un professionista se gli "helpers" (ovvero coloro che si prestano ad aiutare) vengono preventivamente addestrati; daltro canto e risaputo che i bambini e soprattutto gli adolescenti preferiscono di gran lunga parlare dei loro problemi con un compagno o con un amico piuttosto che con genitori, insegnanti o psicologi. Tenendo conto del fatto che il problema del bullismo e un fenomeno a forte connotazione sociale, in cui entrano in gioco complesse dinamiche di gruppo, e lecito supporre che si possano modificare queste dinamiche attivando, in favore della vittima, quella "maggioranza silenziosa" che, pur non approvando le prepotenze di fatto le tollera, per paura di ritorsioni, per indifferenza o per preservare lo status del "quieto vivere".
Lintervento che andiamo adesso a descrivere si basa proprio su questi presupposti; e stato attuato in due scuole medie della provincia di Lucca in cui, gia da qualche anno, era stato intrapreso un cammino di presa di coscienza del fenomeno bullismo (con risultati incoraggianti) attraverso un programma a carattere curricolare, letture di brani e visioni di filmati sul tema, attivita di rielaborazione cognitiva con tecniche di role-playing e drammatizzazione (Menesini, 1998). I tempi erano maturi per tentare un progetto piu ambizioso.
Il modello che abbiamo utilizzato ai fini dellintervento e stato quello dellOperatore-Amico, gia descritto nel contributo di Menesini e Benelli (1999) Questo modello prevede lattivazione di una figura di supporto flessibile e polivalente, denominata appunto "Operatore-Amico", che agisce come sostegno ai compagni nel corso della normale vita di classe.
Ecco nello specifico quali sono i compiti dellOperatore-Amico.
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COMPITI DELLOPERATORE AMICO
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Le fasi dellintervento
Lintervento si e articolato in 5 fasi successive:
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1) INTERVENTO PRELIMINARE NELLA CLASSE:
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Questa fase preliminare si propone di "preparare il terreno" per lattuazione dellintervento e cominciare a sensibilizzare i ragazzi sul problema delle prepotenze. Sempre in questa fase le insegnanti prendono contatto coi genitori dei ragazzi appartenenti al gruppo sperimentale, per comunicare loro il tipo di iniziativa che la scuola ha deciso di intraprendere. Questo contatto puo essere stabilito sia attraverso la convocazione di una assemblea dIstituto, che attraverso unassemblea di classe.
Questo e il simbolo e il logo che una scuola ha ideato:
RAP : RAGAZZI ANTI-PREPOTENZE

Una rete di solidarieta nella classe
Hai un problema ? Vuoi un consiglio? Chiedi aiuto agli operatori amici della tua classe.
Da oggi nelle classi puoi trovare uno spazio di solidarieta e di supporto.
I ragazzini che svolgeranno il ruolo di Operatori non necessariamente devono coincidere con i primi della classe. Ai fini dello svolgimento di questo ruolo sono piu importanti altre caratteristiche, quali la disponibilita, la generosita, la discrezione, che poco hanno a che fare con i risultati scolastici.
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2) TRAINING DEGLI "OPERATORI" I ragazzi selezionati in tutte le classi che partecipano allintervento (in media 3/4 per ogni classe), affrontano una giornata di "ritiro" nel corso della quale partecipano ad un training di addestramento, condotto da uno o piu psicologi e dalle insegnanti che collaborano al progetto, che ha lo scopo di far acquisire specifiche competenze. Scopi:
Modalita: il training deve assumere una forma attiva, in cui i ragazzi possano capire i concetti facendo esperienza. Sono pochi i momenti di spiegazione "cattedratica", mentre sono molto utilizzati i giochi, le simulazioni e le drammatizzazioni: vengono fornite ai ragazzi delle tracce da seguire, delle "carte di ruolo", dopodiche essi provano in prima persona ad esperire una certa situazione che potrebbero verosimilmente trovarsi ad affrontare. Al termine di ogni simulazione segue sempre una discussione in cui si cerca di isolare i "punti-chiave" del discorso appena affrontato, con lausilio di cartelloni su cui vengono appuntati, in forma schematica, i passaggi principali. |
Breve descrizione delle attivita che si potrebbero svolgere nel training.
Per prima cosa e necessario "rompere il ghiaccio"; infatti, pur frequentando la stessa scuola, o comunque scuole vicine, non tutti i ragazzi si conoscono e, malgrado lindubbio entusiasmo, molti potrebbero essere intimoriti dalla situazione e dubbiosi sul da farsi.
Meglio disporsi tutti quanti in cerchio e dopo una breve presentazione, fatta a turno da ciascuno, proporre un paio di giochi che abbiano la duplice funzione di stimolare la conoscenza reciproca e la capacita di osservazione dellaltro.
Successivamente, dopo una rapida esposizione del programma della giornata, inizia il training vero e proprio.
Primo e fondamentale requisito che deve avere un "Operatore-Amico", e la capacita dascolto, ma saper ascoltare non e cosi facile ed automatico come puo sembrare! Attraverso il metodo delle "carte di ruolo", si possono proporre ai ragazzi tre modi di ascoltare un interlocutore: il non ascolto (lessere fisicamente presenti, ma mentalmente ed emotivamente assenti), lascolto direttivo (in cui lascoltatore svaluta immediatamente il suo interlocutore, non dandogli modo di esprimersi) e lascolto attivo (in cui lascoltatore si pone con attenzione ed umilta di fronte al suo interlocutore
I tre modi possono essere rappresentati attraverso brevi scenette, dopodiche i ragazzi vengono invitati a dire quale sia il modo migliore di ascoltare e perche: cio che emerge dalla discussione viene annotato su un cartellone, quindi viene chiesto ai ragazzi di "inventarsi" una situazione in cui poter riproporre i tre tipi di ascolto, per verificare la loro reale comprensione().. Viene messo laccento sulla comunicazione non verbale e su quanto sia importante saper parlare anche con i gesti, oltre che con le parole: a questo scopo e stato coniato lo slogan F.O.I.A.R., per far ricordare ai ragazzi cosa e necessario fare, a livello di linguaggio corporeo, quando si interagisce con qualcuno:
A questo punto potrebbe essere inserito un gioco che si proponga come metafora dei meccanismi psicologici che entrano in gioco quando una persona si confida con unaltra: laffidarsi completamente a qualcuno implica fare un salto nel buio, mentre chi viene scelto come depositario delle altrui confidenze deve sentire il privilegio, ma anche la responsabilita che questo ruolo comporta! Molto calzante e, ad esempio, il gioco della "guida cieca", in cui i ragazzi disposti a coppie a turno devono guidare il proprio compagno bendato attraverso un percorso non privo di difficolta.
Il programma del training prosegue con lillustrazione della differenza tra i due tipi fondamentali di messaggio che possiamo utilizzare quando comunichiamo, ovvero i "Messaggi TU", con valenza accusatoria, oppure i "Messaggi IO", che invece mettono laccento su cio che pensa e che prova il parlante.
In seguito vengono sottolineate le caratteristiche dei due tipi fondamentali di domande che possiamo rivolgere al nostro interlocutore, illustrando anche i pro ed i contro di entrambe: le domande aperte, che spingono a parlare di se stessi e con le quali si possono ottenere piu informazioni, ma che possono mettere in ansia un interlocutore timido, o portare il discorso lontano dal suo "focus" e le domande chiuse, che presuppongono una scelta dicotomica e sono opportune quando linterlocutore e "debordante" o quando abbiamo gia una traccia da seguire e vogliamo conferme o meno alle nostre ipotesi.
Infine sono presentate le diverse fasi del processo di Problem-solving, con lausilio di un grande cartellone sul quale vengono scritti ed illustrati i successivi passaggi; vengono somministrate delle "Carte di Ruolo" attraverso cui i ragazzi, a gruppetti di tre (uno nelle vesti dellOperatore-Amico, uno nelle vesti dellutente" ed uno nel ruolo dellosservatore esterno, che giudica linterazione in base ai parametri, verbali e non verbali, illustrati nel corso del training) provano ad esperire una situazione-tipo che potrebbero realisticamente trovarsi di fronte nel corso del loro mandato.
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4) INTERVENTO DEGLI "OPERATORI" NELLE CLASSI
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N.B: Durante la fase dellintervento gli "Operatori" hanno sempre come referente linsegnante supervisore, a cui possono rivolgersi in situazioni difficili o quando i problemi dei compagni sono troppo complessi per essere affrontati da loro. Sarebbe importante che ogni tanto (ad. es. Con cadenza bisettimanale o mensile) gli Operatori si ritrovassero con il supervisore per fare il punto della situazione.
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5) PASSAGGIO DI CONSEGNE Scopo: - eleggere nuovi "Operatori" quando e scaduto il mandato dei primi (dopo circa tre mesi). Modalita: si tengono elezioni in modo del tutto simile alla volta precedente, togliendo dalla lista dei candidati il nome di coloro che hanno gia fatto gli "Operatori". La novita consiste nel fatto che, al nuovo training di addestramento, parteciperanno ora anche alcuni "vecchi Operatori", con lincarico di guidare i nuovi nellesperienza da loro appena conclusa. |
Il progetto e stato attuato in due scuole medie della provincia di Lucca, nel periodo compreso tra lottobre 1998 ed il giugno 1999.
Nella ricerca sono state coinvolte in tutto 14 classi, di prima, seconda e terza media, 9 delle quali hanno beneficiato dellintervento antibullismo mentre 5 sono servite da controllo. I partecipanti allesperienza sono stati in tutto 293, di cui 178 appartenenti al gruppo sperimentale e 115 a quello di controllo.
5.b) Disegno e strumenti di misura
Il disegno sperimentale ha previsto due misurazioni, effettuate sul campione sperimentale e su quello di controllo, attraverso la somministrazione di alcuni questionari, di cui riportiamo una breve descrizione:
Questi strumenti di valutazione sono stati somministrati durante lorario di lezione. Lintento era quello di valutare, in un primo momento (ottobre 98), presenza e caratteristiche del fenomeno, nonche lequiparabilita dei due campioni rispetto alle variabili dipendenti e, in un secondo momento (giugno 99), stabilire se si erano verificati dei cambiamenti e, soprattutto, se tali cambiamenti erano da imputare allintervento antibullismo.
In relazione ai sei ruoli che vengono individuati dal questionario Salmivalli ("bullo", "aiutante del bullo", "sostenitore del bullo", "vittima", "difensore della vittima", "esterno") ci eravamo attesi, nelle classi sperimentali:
In relazione allatteggiamento verso la violenza ci aspettavamo, sempre nelle classi sperimentali:
I risultati di questo studio, protrattosi per otto mesi, evidenziano come, lintervento da noi effettuato abbia avuto un effetto sul fenomeno bullismo: in particolare, nelle classi sperimentali si e dimostrato in grado di arginare e stabilizzare i comportamenti di prepotenza agita ed anche quelli di sostegno alla stessa, mentre nelle classi di controllo si assiste ad unescalation del bullismo.
Lo stesso trend, ma ancor piu accentuato, si registra per il ruolo degli outsider, che diminuiscono nelle classi sperimentali, ed aumentano in quelle di controllo. Questo dato ci pare molto importante, anche in considerazione della natura sociale del fenomeno bullismo; abbiamo gia evidenziato come il "silenzio-assenso" della maggior parte dei soggetti facenti parte del gruppo-classe, autorizzi di fatto i bulli ed i loro sostenitori a perpetrare le prepotenze. Il fatto che lintervento sia riuscito, almeno in parte, a scalfire questo muro di indifferenza, puo essere interpretato come linizio di un nuovo modo di vedere le cose, un cambiamento di mentalita ed una assunzione di responsabilita da parte di tutti i ragazzi, non solo di quelli direttamente coinvolti nel fenomeno.
Nelle classi di controllo allincremento della violenza fa riscontro, in parallelo, un incremento dellindifferenza: sembra che laddove regna la "legge del piu forte", i deboli siano lasciati a loro stessi, e questa mancanza di sostegno a sua volta incoraggia i soprusi, in una sorta di spirale negativa.
Per cio che riguarda i ruoli di difensori e di vittima, lintervento non ha sortito gli effetti desiderati. I difensori sono rimasti numericamente gli stessi. Unanalisi piu qualitativa, riguardante la percentuale di permanenza entro il ruolo nel gruppo sperimentale, evidenzia comunque che un buon 50% dei "difensori" e cambiato nella seconda rilevazione e pare essersi attuato un vero e proprio passaggio del testimone con i ragazzini che, nella prima rilevazione, appartenevano al "gruppo dei non-classificati". Da questo dato si possono trarre due conclusioni; la prima e che il ruolo del "difensore" e stancante, e una buona meta dei soggetti che lo hanno rivestito non pare in grado di sostenerlo per piu di un certo periodo: la seconda e che, il fatto di vedere allopera i "difensori" per qualche mese, e riuscito a far scattare, in alcuni ragazzini fino a quel momento non direttamente coinvolti a nessun titolo nel fenomeno bullismo, dei meccanismi didentificazione (che abbiamo visto essere tipici delle relazioni daiuto tra pari), che li hanno spinti a rompere gli indugi e ad impegnarsi in prima persona nella difesa dei compagni vittime di soprusi.
A dispetto del fatto che lintervento era stato concepito soprattutto per le vittime, esso non e parso in grado di dare loro un effettivo, diretto sollievo. Come emerge anche dai colloqui individuali con tre di questi soggetti, questi ragazzini ammettono che il clima generale della classe e un po cambiato, ma continuano a sentirsi soli, esclusi e a disagio nelle relazioni con i loro compagni; forse, soprattutto per alcuni di loro, si potrebbero ipotizzare (per eventuali applicazioni future di questo modello) forme piu " forti" di sostegno, sul genere di quelle previste dalla figura del "Buddy", una sorta di "amico del cuore" (Cowie e Sharp, 1996). Allo stesso tempo lintervento ha espresso maggiore efficacia sul versante del cambiamento del clima della classe e degli atteggiamenti antiviolenza.
Anche il questionario sugli atteggiamenti offre un quadro tutto sommato in linea coi risultati del questionario dei ruoli partecipanti; in particolare emerge come latteggiamento di empatia verso la vittima decresca progressivamente laddove non e attuato intervento alcuno.
Nonostante gli inevitabili limiti di questa ricerca, ci sembra importante rilevare come lintervento sia stato capace di arginare le prepotenze, di accrescere la consapevolezza dei ragazzi rispetto al problema, di mobilitare le risorse positive della classe ed in particolare di coloro che si erano sempre mostrati indifferenti alle prepotenze. Nelle classi ove non si e intervenuti in alcun modo, se non con una generica spiegazione di cosa e il bullismo, le prepotenze sono invece aumentate e soprattutto si e accresciuta la cultura del "meglio non immischiarsi", che e veramente disgregante, in quanto mina alla base il concetto dunita del gruppo e di solidarieta tra pari. Intervenire, dunque non solo e possibile, ma oseremmo dire che e doveroso, sia dal punto di vista educativo, che didattico ed etico.
Cowie H. and Sharp S. (1996) Peer counselling in schools. London, D. Fulton Publishers.
Fonzi A. ( a cura di) (1997) Il bullismo in Italia, Firenze: Giunti.
Menesini E. (1997) I mediatori socio-cognitivi del comportamento prepotente e aggressivo, Congresso AIP- Divisione Psicologia dello sviluppo, Capri, 24-26 settembre 1997.
Menesini E. (2000) ( a cura di) Bullismo: che fare?. Prevenzione e strategie di intervento nella scuola. Firenze: Giunti.
Menesini E. , Benelli B. (1999) Loperatore amico, Psicologia contemporanea, 153, 51-55.
Menesini E. Gini G. (2000) Il bullismo come processo di gruppo: adattamento e validazione del questionario "Ruoli dei partecipanti" alla popolazione italiana, Eta evolutiva, 66, 18-32.
Olweus, D. (1993) Bullying at school. What we know and what we can do, Oxford: Blackwell.
Pepler D.J., Craig W.M. (1995), A peek behind the fence: Naturalistic observations of aggressive children with remote audiovisual recording, Developmental Psychology, 31, 548-553
Rigby K. (1996) Bullying in schools: And what to do about it, Melbourne: Acer.
Salmivalli, C., Lagerspetz, K., Bjorqvist, K., Osterman, K., Kaukiainen, A., (1996). Bullying as a group process: participant roles and their relations to social status within the group. Aggressive Behavior, 22, 1-15.
Sharp S. & Smith, P. K. (1994). (eds.) Tackling bullying in your school: A practical handbook for teachers. London: Routledge (tr. it. Bulli e vittime nella scuola. Trento: Erikson edizioni, 1995).
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